Iran, Tunisia, Egitto: in ciascuno di questi casi si è additato Internet come strumento di libertà indispensabile per coordinare la protesta politica. Secondo l’opinione comune i Social Media sarebbero uno strumento senza precedenti per il cambiamento politico. Ma proprio i casi citati mostrano il completo fallimento di Internet come mezzo per creare alternative positive, cioè credibili e condivise nel lungo periodo.
Internet ha rivoluzionato molti aspetti della nostra vita. Soprattutto quelli direttamente connessi alla relazione tra esseri umani. Internet permette di informarsi. Internet permette di creare relazioni. E la somma di queste due cose genera cambiamenti grandi con costi piccoli. Ne sa qualcosa Alec Brownstein, che con 6 dollari ha ottenuto il lavoro dei suoi sogni da Y&R New York1.
E quale cambiamento è più grande del mutare radicale di un regime politico? Se la potenza di uno strumento si misura dagli effetti che produce, una rivoluzione è probabilmente la misura ideale per sancire la portata di radicale innovazione che l’avvento di Internet rappresenta. Se poi il regime in questione è longevo ed oppressivo l’effetto legittimazione è tanto più forte.
Come era avvenuto già nel caso dell’Iran e della Tunisia, anche per l’Egitto si è gridato al miracolo di Internet. Già prima del crollo di Mubarak Internet è stato candidato a Nobel per la Pace2, per la sua indiscutibile capacità di connettere e far comunicare.
Ma per quanto indiscutibile sia la portata degli effetti che Internet produce come strumento di connessione e relazione, ciò non basta. Non basta a farne uno strumento per un cambiamento politico positivo e sostenibile.
Il principale strumento per inibire un cambiamento è il controllo dei flussi di informazione. Internet grazie alla sua fluidità reticolare rende poco efficaci i tradizionali strumenti di censura a disposizione dei regimi politici autoritari. Questi strumenti non riescono infatti ad essere efficaci nel 100% dei casi. Internet consente la replicazione infinita di un’informazione, anche la più piccola, con tempi vicini al tempo reale, una portata di diffusione planetaria e costi di trasporto/archiviazione ridicoli. Questo permette ad Internet di scardinare le logiche di potere tradizionali perché pone sullo stesso piano un soggetto molto forte (lo Stato) con una moltitudine di soggetti deboli (gli individui) che aggregandosi diventano forti.
Questo è indubbiamente vero rispetto ai flussi informativi come ha dimostrato il caso di Wikileaks3, e dell’inefficacia della censura dei regimi iraniano, tunisino ed da ultimo egiziano. Anche se non bisogna dimenticare che un’Internet libera riposa più sulla concorrenza fra Stati che su una supposta libertà intrinseca della tecnologia: il virtuale probabilmente è davvero impossibile da controllare, ma viaggia comunque su infrastrutture fisiche che sono a disponibilità di Stati e aziende private ad essi collegate, come sempre il caso Wikileaks mostra rispetto al successo delle pressioni del governo USA su Mastercard, Visa, Paypal e Amazon.
La possibilità di far viaggiare informazioni anche contro la censura fa di Internet uno strumento di mobilitazione e coordinamento davvero efficace. Grazie alle relazioni sociali online costruite attraverso Facebook, Twitter, Blog e Email è possibile coordinare masse importanti di persone. Istruirle su come comportarsi. Dare loro appuntamenti. Gestire la logistica degli spostamenti in tempo reale, trasformando ogni singolo partecipante alla mobilitazione in uno strumento di raccolta di informazioni4.
Internet consente una gestione dei flussi informativi senza precedenti. Ma non risolve affatto i problemi tradizionali connessi alla verifica delle informazioni. La sua potenza informativa è quindi nulla senza la possibilità di interpretare, analizzare e organizzare le informazioni estraendone significati utilizzabili. Questo processo richiede la presenza attiva di un gruppo dedicato a ciò.
Lo stesso si può dire della mobilitazione: essa risulta efficace e significativa solo quando le istruzioni trasmesse alla massa mobilitata sono chiare, semplici e alla portata dell’individuo. Come mostra l’analisi di Malcom Gladwell sul Social Activism5, Internet è in grado di creare legami deboli, ma in ultima analisi questi sono sfruttati con successo solo se a monte esiste una strategia definita.
Questa strategia richiede la presenza di un piccolo gruppo compatto e gerarchico. E’ la vecchia ma sempre attuale lezione di Gaetano Mosca e degli elitisti6.
La conclusione è che Internet funziona come strumento di informazione e mobilitazione solo se esiste una strategia definita e un gruppo compatto che ne controlla l’implementazione coordinando le tattiche e le singole azioni, bilanciando le reazioni ed analizzando le informazioni.
Alla fine della giornata la rivoluzione è sempre una questione di persone, più che di tecnologia7. Ma quello che non sembra essere stato a sufficienza evidenziato è Internet come incredibile strumento di cambiamento negativo. Cioé permette di cambiare nel senso che consente di aggregare l’opposizione a qualcosa (cambiamento per negazione). E’ molto più facile infatti essere d’accordo su cosa non si vuole, mentre spesso (soprattutto in politica) è difficile riuscire ad essere d’accordo su cosa si vuole.
Il Social Activism attraverso Internet e i Social Media fallisce proprio perché non riesce a costruire il cambiamento positivo. Come sta dimostrando il caso egiziano, con Internet si può abbattere un regime, ma non si riesce a costruirne uno. Questo perché la creazione di una alternativa positiva ad un progetto richiede processi sui quali il modello diffuso della rete si dimostra incredibilmente fallimentare. Ancora una volta è l’insegnamento dell’elitismo ad avere ragione.
Persino il caso di maggiore successo mondiale dell’utilizzo della rete per spingere un cambiamento radicale conferma questa tesi. Mi riferisco qui all’elezione di Obama. Internet è stato decisivo nel creare consensi, mobilitare e raccogliere informazioni fondamentali alla progettazione della strategia. Ma sia la strategia che i programmi sono stati costruiti dall’ottimo (e ristretto) staff di Obama. I precedenti tentativi di costruzione/discussione di un programma politico utilizzando internet si erano infatti arenati miseramente (come dimostrano il caso precedente di Howard Dean).
Senza un’alternativa sostenibile (cioè credibile nel lungo periodo) non esiste un reale mutamento. Il rischio di spingere un cambiamento negativo è che «cambi tutto per non cambiare nulla». Internet e la partecipazione di massa non sembrano essere lo strumento più adatto per creare alternative politiche credibili e stabili. Esse richiedono infatti qualcosa in più della forza cinetica della massa: la determinazione e agilità di un piccolo gruppo che coordina e analizza in vista di un obiettivo.
Internet e il Social Activism sono la condizione necessaria, ma non sufficiente di un cambiamento radicale (reale).
Foto (CC-BY-ND) Al Jazeera English
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Un nuovo articolo di Jon Evans su TechCrunch circa l'argomento: http://techcrunch.com/2011/02/13/the-end-of-histo…
Viene citato Fukuyama, non gli elitisti. Ad ogni modo continua in sottofondo l'assenza di distinzione fra cambiamento negativo e cambiamento positivo, alimentando quindi la confusione fra posizioni tutte sensate ma semplicemente riferite a dinamiche distinguibili (e quindi diverse).